“Faccio sempre molta attenzione, sono sempre molto cauto nel dire che questo o quello sia responsabilità degli scrittori, perché gli scrittori alla fine sono persone, sono anche molto individualisti e ognuno ha il proprio pensiero su quale sia la responsabilità della scrittura e quale sia la natura del proprio lavoro. Quindi io posso parlare soltanto per quello che mi riguarda e dire quale, secondo me, è la mia responsabilità e cosa per me è importante. Per me, da sempre, è molto importante rappresentare la realtà che mi circonda. Mi sembra che sia il minimo che posso fare”. È da questa premessa che Amitav Ghosh, scrittore e antropologo indiano tra le voci più autorevoli della letteratura contemporanea internazionale sui rapporti tra storia, colonialismo, ambiente ed economia, affronta una delle questioni centrali del nostro tempo: quale responsabilità possa assumersi la letteratura davanti a un mondo attraversato da crisi sempre più numerose, interconnesse e difficili da governare.
“La realtà di oggi è che viviamo in un mondo che sta attraversando quella che definisco una policrisi, cioè ci sono tante crisi che si intersecano e si intrecciano una con l’altra”, osserva Ghosh, intervenuto oggi nella sede della Fondazione Bottari Lattes a Monforte d’Alba, nel Cuneese, durante la conferenza stampa alla vigilia del conferimento del Premio speciale Lattes Grinzane, in programma domani, sabato 17 ottobre, ad Alba.Il cambiamento climatico, sottolinea Ghosh, non costituisce l’unica emergenza da affrontare. “Spesso si parla di cambiamento climatico, ma il cambiamento climatico non è l’unica crisi che stiamo affrontando. Siamo di fronte anche alla perdita della biodiversità, all’estinzione delle specie, all’incertezza politica. E tutte queste crisi si intrecciano”. È proprio nella capacità di leggere i legami tra fenomeni apparentemente distinti che, secondo lo scrittore, si trova una delle chiavi per comprendere il presente. Una prospettiva che attraversa da tempo la sua produzione letteraria e saggistica e che trova una delle sue espressioni più esplicite ne “La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi”, pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2022, ma anche nel recentissimo “L’occhio fantasma” (Einaudi, 2026). “Credo che quello che possiamo vedere, l’ambito in cui meglio si vedono queste intersezioni, sia quello che accade ai combustibili fossili”, afferma. Le guerre in Medio Oriente e la competizione internazionale per il controllo delle risorse energetiche sono, nella sua lettura, manifestazioni di un sistema economico e geopolitico che fatica ad abbandonare le proprie fondamenta. “Attualmente assistiamo a guerre in Medio Oriente che sono strettamente legate ai combustibili fossili e gli Stati Uniti hanno deciso di dedicare tutti i propri sforzi proprio ai combustibili fossili. Gli Stati Uniti stanno scommettendo tutto sui combustibili fossili cercando di ottenerne il monopolio”. Una strategia che Ghosh riconduce alla storia dell’espansione occidentale e alla struttura economica delle potenze angloamericane. “L’impero angloamericano è sempre stato fondato sull’economia dei combustibili fossili, quindi abbandonarli e allontanarsi è molto difficile”. È questa dipendenza, secondo l’autore, a rendere particolarmente complessa la transizione verso un modello diverso, in cui la natura non sia considerata soltanto una riserva di materie prime da utilizzare per alimentare la crescita economica e il potere politico. “Questi sono gli aspetti della realtà che io vedo e, secondo me, sento che sia mia responsabilità rappresentarli”, aggiunge. La precisazione è importante: Ghosh non rivendica per lo scrittore il ruolo di guida politica né quello di militante. “Uno scrittore non è un attivista. Io di attivisti ne conosco molti e so che io non sono un attivista, però il minimo che posso fare con la mia scrittura è riflettere, raccontare quello che avviene nel mondo”. Una distinzione che non implica, tuttavia, una rinuncia alla responsabilità pubblica. Il ragionamento di Ghosh parte spesso dalla storia delle merci e dalle trasformazioni che hanno accompagnato il colonialismo. La noce moscata, al centro del suo saggio del 2022, è uno degli esempi più significativi di come una risorsa naturale possa diventare il fulcro di interessi commerciali, conquiste territoriali e sistemi di sfruttamento. È in questa prospettiva che Ghosh individua un possibile parallelismo tra la vicenda storica della noce moscata e il futuro del tartufo bianco d’Alba, prodotto simbolo delle Langhe e dell’identità gastronomica piemontese: “Credo che ci sia un parallelismo tra quello che è accaduto nei secoli alla noce moscata e ciò che potrebbe accadere al tartufo bianco d’Alba. Stiamo già assistendo alla produzione di tartufi in altre parti del mondo, dalla Virginia, negli Stati Uniti, alla Cina. Se i cinesi dovessero iniziare a produrre tartufi su larga scala, per questo territorio piemontese potrebbe diventare difficile preservare l’unicità del proprio prodotto e il legame che lo unisce alla sua terra d’origine”.La fragilità dei territori, il progressivo deterioramento degli ecosistemi e la difficoltà di prevedere gli effetti delle trasformazioni climatiche sono al centro anche delle considerazioni che Ghosh dedica all’Europa e all’Italia. “L’Italia è forse il Paese più vulnerabile d’Europa agli effetti del cambiamento climatico, con una media di tre-quattro eventi meteorologici estremi al giorno”, afferma. Una vulnerabilità che, osserva lo scrittore, riguarda in modo particolare le aree montane, esposte agli effetti combinati dell’aumento delle temperature, dello scioglimento dei ghiacciai e dell’alterazione degli equilibri idrologici. “Tutte le regioni montane del mondo sono estremamente fragili. Pensiamo a quanto accaduto recentemente in Nepal, ma fenomeni di questo genere si verificano anche in altre aree dell’Himalaya, dove assistiamo sempre più spesso a inondazioni causate dallo scioglimento dei laghi glaciali”. Anche l’Italia, con la sua conformazione geografica, la presenza di catene montuose, le aree costiere densamente abitate e un patrimonio naturale particolarmente esposto, si trova davanti a rischi crescenti. Tra le regioni più fragili, Ghosh cita il Veneto. “Una delle regioni più fragili e minacciate è il Veneto”, osserva, richiamando il disastro del Vajont come uno degli episodi che ricordano quanto possano essere drammatiche le conseguenze di un rapporto squilibrato tra attività umane, territorio e ambiente. “Se guardiamo al passato, ricordiamo tutti il disastro del Vajont”, afferma, ricordando inoltre la distruzione di intere foreste nelle Dolomiti, fenomeno che ha mostrato in modo evidente la vulnerabilità degli ecosistemi montani. Ghosh insiste anche sul fatto che l’Europa non può più considerarsi una regione relativamente protetta dagli effetti del cambiamento climatico. “Per molto tempo gli europei, e gli occidentali in generale, hanno pensato di essere più protetti dagli impatti del cambiamento climatico. Oggi, invece, ci rendiamo conto che è esattamente il contrario: l’Europa è particolarmente vulnerabile”. Lo scrittore richiama inoltre l’attenzione sul bilancio sanitario delle temperature elevate. “Si stima che quest’estate abbiano causato solo in Europa quasi 40mila morti, un bilancio paragonabile a quello registrato nel 2005”, afferma, sottolineando come gli effetti del riscaldamento globale non siano circoscritti ai danni materiali o alla trasformazione dei paesaggi, ma investano direttamente la salute e la sicurezza delle persone. La crisi climatica, in altre parole, non appartiene a un futuro remoto. È già una componente della vita quotidiana, con conseguenze che possono colpire contemporaneamente le economie, le infrastrutture, gli ecosistemi e le fasce più esposte della popolazione.Di fronte a questo scenario, Ghosh individua nei movimenti giovanili una delle principali fonti di speranza. “I giovani attivisti, che si trovino in India, in Italia o negli Stati Uniti, sono la nostra ultima e migliore speranza”, afferma. Lo scrittore cita in particolare Giorgio Brizio, 25 anni, attivista torinese per i diritti umani e per quelli della Terra, tra le voci del movimento Fridays for Future e impegnato nell’organizzazione di proteste e manifestazioni per il clima a Torino. “Torino è una città con una lunga storia di lotte e proteste, dai diritti dei lavoratori alle battaglie della sinistra fin dagli anni Trenta. Ha quindi senso che anche oggi sia al centro delle proteste contro il razzismo e il cambiamento climatico”, osserva Ghosh, collegando le mobilitazioni contemporanee a una tradizione di partecipazione politica e di conflitto sociale che ha segnato la storia della città piemontese. “Ho fiducia e speranza nei giovani come Giorgio Brizio e nei suoi colleghi”, aggiunge, sottolineando il lavoro che il giovane attivista sta portando avanti per costruire connessioni tra movimenti e persone impegnate in Africa e in altre parti del mondo. “Sostengo pienamente il lavoro di questi giovani attivisti”.La fiducia nei giovani si intreccia con un’altra delle principali preoccupazioni espresse da Ghosh: l’ascesa delle destre estreme e delle forme di governo autoritarie in diverse aree del pianeta. “L’ascesa delle autocrazie e delle destre estreme non riguarda soltanto l’Occidente, ma interessa diverse aree del mondo. L’India, in questo scenario, ha fatto da apripista, ma nelle ultime settimane si sono manifestati segnali di cambiamento, con milioni di giovani scesi in piazza per protestare contro le politiche della destra”, afferma. Il quadro politico indiano occupa una posizione centrale nella riflessione dello scrittore, che osserva con particolare preoccupazione le trasformazioni delle istituzioni democratiche e il rapporto tra potere politico, regole elettorali e partecipazione dei cittadini. “È vero che nel mondo assistiamo alla crescita delle autocrazie e all’ascesa delle destre in molte parti del mondo. In un certo senso, l’India ha fatto da apripista: l’attuale governo ha cercato fortemente di instaurare un’autocrazia nel Paese, manipolando le regole elettorali”, sostiene.Ghosh richiama in particolare quanto avvenuto nel Bengala occidentale, regione di cui Calcutta è la capitale e alla quale lo scrittore è profondamente legato per storia personale e culturale. “Quello che è successo negli ultimi mesi è molto inquietante perché, nella regione del Bengala occidentale, di cui Calcutta è proprio la capitale, l’attuale partito politico al governo ha letteralmente rimosso, escluso milioni di persone dalla possibilità di votare”, afferma. Nel suo intervento, lo scrittore parla di un processo che avrebbe coinvolto circa 130 milioni di persone in India, in gran parte appartenenti a minoranze e spesso di religione musulmana, escluse dal voto a seguito di modifiche e applicazioni delle norme elettorali che Ghosh considera manipolatorie. Secondo la sua interpretazione, le conseguenze di queste dinamiche sono state particolarmente evidenti nel Bengala occidentale, dove l’esito politico ha rappresentato una sorpresa per una parte significativa della popolazione locale. “Il partito al potere ha vinto in Bengala, che era una cosa impensabile, inimmaginabile per i bengalesi come lo sono io. Questo è stato il risultato veramente di una manipolazione, di un controllo delle elezioni. E questo risultato è stato poi ciò che ha dato il via ai movimenti attuali a cui assistiamo”.Le accuse di Ghosh si inseriscono in una più ampia preoccupazione per il deterioramento della qualità democratica e per il modo in cui le procedure elettorali possono essere utilizzate, secondo la sua lettura, per restringere la partecipazione politica di determinate fasce della popolazione. “Il Bengala è veramente al centro di quello che sta avvenendo adesso, però in realtà il centro politico attuale in India è Nuova Delhi. Tutto accade a Nuova Delhi. Quello che succede a Nuova Delhi determina poi quello che succede anche altrove”, aggiunge lo scrittore. Eppure, nel racconto di Ghosh, la situazione non è priva di segnali di reazione. “Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un grande cambiamento, a una svolta in India. È un fenomeno che mi ha entusiasmato molto: centinaia di migliaia, anzi milioni di giovani sono scesi in piazza per protestare”. I manifestanti, spiega, si definiscono Cockroach Party, il “Partito degli scarafaggi”, e rappresentano una forma di opposizione all’ideologia e all’imposizione politica delle destre. Il nome, volutamente provocatorio, diventa nella descrizione dello scrittore il simbolo di una resistenza che si organizza e si rende visibile nello spazio pubblico. “Credo che questo sia un segnale molto forte e importante: le sinistre e i partiti di centro possono organizzarsi per resistere al fascismo e agli esponenti della destra estrema, in forte ascesa ormai da tempo”, conclude.Un altro tema affrontato durante la conferenza stampa riguarda l’intelligenza artificiale, le possibilità della tecnologia e i limiti della conoscenza umana. In questo ambito, Ghosh torna a uno dei suoi libri, “Cromosoma Calcutta” (Einaudi, 2000), scritto negli anni Novanta, quando il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale non aveva ancora assunto la centralità attuale. “È un libro che in effetti ho scritto negli anni Novanta, quando l’intelligenza artificiale non era ancora un tema. Ho riletto recentemente il libro ed è stato molto interessante, perché devo dire che ancora regge in questa previsione, in questa rappresentazione della tecnologia”, racconta. Il romanzo, che ha ricevuto il Premio Arthur C. Clarke, gli ha permesso anche di incontrare il celebre scrittore britannico di fantascienza Arthur C. Clarke, autore noto per la capacità di immaginare sviluppi tecnologici poi diventati oggetto di discussione scientifica e culturale. “In quell’occasione ho avuto la fortuna di incontrare Sir Clarke, che era una persona estremamente interessante, che aveva previsto molte cose del futuro tecnologico”, ricorda. Ghosh, tuttavia, si guarda dal rivendicare una particolare capacità di anticipare il futuro: “Io non mi ritengo una persona in grado di prevedere il futuro”. Il punto, per lui, non è tanto stabilire se la letteratura possa formulare previsioni precise sullo sviluppo tecnologico, quanto interrogarsi sulle categorie attraverso cui interpretiamo l’intelligenza e sulla tendenza a considerare il funzionamento della mente umana come un modello sufficiente per comprendere ogni forma di conoscenza.A questo proposito, lo scrittore cita il volume “In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi” (Rizzoli, 2021) del fisico Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, che ha avuto occasione di leggere dopo averlo ricevuto direttamente dall’autore: “Il lavoro di Parisi, peraltro, ha portato ad alcune tra le più grandi innovazioni e rivoluzioni nell’intelligenza artificiale, quindi direi che forse è la persona più adatta a valutare anche i limiti e le possibilità dell’intelligenza artificiale”. Ghosh richiama quindi una delle questioni fondamentali sollevate dai modelli linguistici di grandi dimensioni, i cosiddetti large language models, sistemi che elaborano enormi quantità di testi per individuare regolarità statistiche e produrre sequenze linguistiche coerenti. “Parisi dice una cosa molto vera, e cioè che i large language models trattano il mondo come un mondo fatto di simboli e di parole che possono essere in qualche modo manipolate e che sono matematicamente prevedibili”, osserva. La capacità di questi sistemi di elaborare il linguaggio e produrre risposte articolate non esaurisce, tuttavia, il problema dell’intelligenza. Per Ghosh, è necessario distinguere tra la manipolazione di simboli e la complessità dell’esperienza umana, che non può essere ridotta a un insieme di operazioni linguistiche. “Noi però dobbiamo anche ricordarci molto bene che non tutto l’apprendimento umano, non tutta la consapevolezza, la coscienza umana è fatta di parole. Molto avviene anche al di fuori della lingua. Cioè la lingua non è tutto il sapere umano, non è tutto l’apprendimento, molto avviene attraverso il nostro corpo. E questo dobbiamo tenerlo bene a mente. Noi esseri umani siamo esseri incarnati e quindi pensare che tutta la nostra intelligenza arrivi soltanto da quello che succede nella nostra testa, secondo me, è un errore e non è corretto, e dovremmo sempre ricordarcelo”. (di Paolo Martini)





