Nuova fotografia dell’Istat sul secondo trimestre del 2026. Il report mostra la pressione fiscale al 43,5%, in aumento di 0,5 punti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nelle stime si segnala anche un aumento dei consumi (+1,7%) e un aumento del reddito disponibile per le famiglie del +0,4%.
Il secondo trimestre si racconta come un periodo di incertezze, che a fronte di un incremento dei consumi vede però il potere di acquisto delle famiglie diminuire dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.
Aumenta la pressione fiscale
Il secondo trimestre del 2026, fotografato dall’Istat, mostra una pressione fiscale in aumento al 43,5%. Se messa a confronto con lo scorso anno, quando i dati erano già in aumento ma al 42,9%, risulta ai massimi dal 2015 (al governo c’era Matteo Renzi) quando era al 43,3%.
Il report dell’Istat ci dice che:
nel secondo trimestre del 2026 la pressione fiscale è stata pari al 43,5%, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Dal 2023 a oggi, la pressione fiscale tra imposte dirette, indirette, imposte in conto capitale e contributi sociali è cresciuta. Nell’analisi di Pierfrancesco De Robertis, su Today.it, si legge di come la pressione sia tornata a salire dopo un primo calo nel 2023 e nel 2025 ha raggiunto un livello superiore a quello del 2022, passando dal 41,7% del Pil al 42,9% del 2025.
In altri termini, tenendo conto di una media e non della quantità che ognuno di noi paga allo Stato, spiega che “come italiani paghiamo più tasse di prima”.
Aumenta il reddito ma diminuisce il potere d’acquisto
Altro aspetto analizzato in forma grezza dall’Istituto è il reddito disponibile delle famiglie consumatrici. Questo è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e i consumi sono cresciuti dell’1,7%. Eppure, rispetto agli aumenti, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9% in un trimestre.
I salari, che sono cresciuti del 14,2% rispetto al 2015, vengono erosi dall’inflazione. I nuovi dati sull’andamento retributivo dell’Osservatorio JobPricing, però, sottolineano come solo in otto regioni lo stipendio sia davvero più alto. E sono tutte regioni del Nord tranne l’Emilia-Romagna e il Lazio.
Ovvero:
Lombardia con 36.331 euro annui;
il Lazio con 35.222 euro;
Liguria;
Trentino-Alto Adige;
Emilia-Romagna;
Piemonte con 34.272 euro;
Valle d’Aosta;
Veneto.
Nelle altre regioni si guadagna meno della media nazionale. Mentre a mantenere meglio il potere d’acquisto sono solo due regioni: il Molise con +2,8% e le Marche con +0,7%.
A perdere di più sono invece:
Umbria con -15,1%;
Veneto con -13,9%;
Sicilia con -13,1%.
In generale quindi le buste paga sono state erose dal carovita praticamente ovunque.
Deficit e indebitamento PA
Nei primi sei mesi nel 2026, sul fronte dei conti pubblici, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è stato pari al -2,0% (-2,1% nello stesso trimestre del 2025).
Secondo l’Istat:
il saldo primario delle amministrazioni pubbliche è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 3,0% (2,2% nel 2025).
E così anche il saldo corrente è stato positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,9% (3,3% nel 2025).





