(di Elisabetta Stefanelli)
È in fondo alle sale nude ed
affascinanti di Palazzo Tutino a Tricase, in provincia di Lecce,
che si comprende da dove nasce la materia del racconto di “Volti
di un momento” dell’artista togolese Tesprit. C’è, gettato a
terra e incorniciato da una luce fievole, come un’istallazione,
un mucchio di consunte ciabatte infradito, quelle che si vedono
indossate come una divisa, un segno distintivo, dai migranti,
dai ragazzi di strada, dal lato povero del mondo. Un lato povero
che però cammina fino a consumarle cercando di trovare la
propria strada, come se dovesse scalare una montagna. Sono
persone senza volto, come quelle ritratte nei quadri di Tesprit
nella mostra felicemente prorogata fino al 23 agosto presso il
Castello di Tutino, curata da Tancredi Hertzog-Guarini. Infatti
le opere appese alle pareti di pietra ritraggono persone senza
volto, in modo semplice, diretto, ripetuto, con colori forti e
polverosi insieme che, osservati da vicino, rimandano un senso
forte di tempo vissuto. Non sono colori o pittura tradizionali e
ci si chiede, guardandoli, di quale materia siano fatti e
l’interrogativo è il senso stesso dell’emozione, perchè sono
fatti proprio di quelle ciabatte sbriciolate. L’arte è fatta di
vita consumata.
Tesprit, ovvero Foli Kossi Gérard Tete, nato in Togo nel 1994,
le ha realizzate proprio lì, in Salento, durante la residenza
artistica “Le Muse Salentine 2026″ di Alessano (Lecce) di cui
era già stato ospite nel 2022. È un pittore e scultore
autodidatta ed appunto usa vecchie infradito e sandali in gomma
scartati o recuperati per creare ritratti che danno voce alle
storie dei bambini di strada e dell’infanzia dimenticata. Ha
scelto questa strada a partire dagli anni del Covid, ache se
dipinge e disegna da autodidatta fin dall’infanzia. L’artista
infatti, che ha già realizzato mostre personali a Parigi,
Bruxelles, New Delhi o Accra, ha iniziato a Lomè, incontrando le
storie dei bambini chiamati Dzimakplao, ovvero quelli che vivono
in strada e vengono definiti proprio in modo peggiorativo in
Togo a partire dalle infradito.
”Quando prende le suole di gomma – si legge nella nota
esplicativa della mostra – i suoi gesti si sovrappongono persino
a quelli dei bambini che raffigura, visto che anche loro
raccolgono detriti per le strade per poterli rivendere e
guadagnarsi qualcosa per sopravvivere”.
Ma a mio avviso in ”Volti di un momento” l’artista va oltre,
perchè i protagonisti dei ritratti qui esposti raccontano
un’umanità più vasta, cappelli blu, veli rosati, cerchietti
bianchi, foulard variopinti, incorniciano ovali senza occhi,
senza labbra, senza lineamenti rendendoli così universali,
abbandonati su un fondo terroso che rimanda a quel fil rouge che
ci accomuna tutti, senza distinzioni, la Terra.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA





