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Home Cultura

Jon Favreu, ‘con Lion ho imparato a non avere il controllo’

di Redazione Cronache Nazionali
21/08/2026
in Cultura
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Jon Favreu, ‘con Lion ho imparato a non avere il controllo’

(di Lucia Magi)
Jon Favreau, 59 anni, creatore
di ‘The Mandalorian’, regista di ‘Iron Man’ 1 e 2 e delle
versioni live action dei classici Disney ‘Il libro della
giungla’ e ‘Il Re Leone’, torna nella natura selvaggia per
raccontare un’altra storia di leoni. Ma stavolta non c’è traccia
di effetti speciali. “Viviamo in un momento in cui spesso non
sappiamo se quello che guardiamo è vero o creato da un
computer”, dice il regista e produttore statunitense, che
chiarisce subito: “Sono orgoglioso di dire al pubblico: ‘Questa
storia è completamente reale, organica”.
   
Si riferisce al suo primo documentario, che l’ha trasportato
in una galassia lontana lontana da quella di Guerre stellari,
visitata per l’ultima volta a maggio con il film ‘The
Mandalorian and Grogu’. Favreau è produttore esecutivo di
‘Lion’, un nuovo documentario National Geographic in quattro
episodi disponibile dal 20 agosto su Disney+. Due ore di
immersione nel Maasai Mara, in Kenya, dove per quattro anni una
troupe di decine di persone ha seguito Kio, un cucciolo di leone
nato piccolo e fragile, che la madre Summer riesce ad avviare
all’età adulta, tra rivalità, separazioni, lutti e la conquista
di un posto nel branco. È la storia vera di come un leone
diventa Re, si impone sulla sua famiglia e sceglie il suo
territorio.
   
“Quando ho lavorato alla versione fotorealistica de ‘Il Re
Leone’ abbiamo dovuto creare tutto: il paesaggio, l’acqua, le
cascate, il pelo. Ogni dettaglio era costruito minuziosamente al
computer. Su ogni aspetto potevi lavorare mesi, se non anni. In
questo caso invece, la natura offre tutto all’istante”, racconta
Favreau in una tavola rotonda a cui ha partecipato l’ANSA. La
contropartita è che sono serviti 1400 giorni di lavoro, 52
sessioni di riprese, viaggi, attese e una squadra esperta del
comportamento degli animali, capace di scegliere il giusto punto
d’osservazione e di azzeccare la luce. “A volte ricevevo la
chiamata dall’altra parte del mondo, nei momenti più incongrui:
‘Abbiamo perso Kio’… oppure: ‘È tornato, sta bene – ricorda
sorridendo Favreau – Quando giri un documentario impari la
pazienza, impari a rinunciare al controllo”.
   
Il lavoro sul campo ha coinvolto un centinaio di persone,
tra location manager, autisti, operatori, produttori e
filmmaker, tra cui il keniota Faith Musembi. La troupe ha
cominciato seguendo decine di famiglie di leoni. “Non sapevamo
quali sarebbero sopravvissuti e quale sarebbe stata la nostra
storia. La regola era non manipolare mai le immagini, mettersi
in ascolto e farsi guidare dalla natura”, spiega l’altro
produttore esecutivo Mike Gunton, direttore creativo del
dipartimento di storia naturale dei Bbc Studios e veterano dei
documentari naturalistici. Aggiunge: “Zero Cgi. Non abbiamo
eliminato digitalmente le macchine dall’inquadratura, né le
mosche dal muso dei leoni… è tutto come succedeva per davvero”.
   
Per raccontare la storia sono state utilizzate nuove
piattaforme di ripresa: droni silenziosi per le immagini aeree,
un braccio stabilizzato montato su un pickup per arrivare
all’altezza degli occhi dei leoni e nuove telecamere capaci di
girare fino a mezz’ora prima dell’alba e mezz’ora dopo il
tramonto, proprio quando gli animali sono più attivi. “Non puoi
fare un secondo ciak. Non puoi dire a un leone: fermati, non
eravamo pronti, facciamo un’altra ripresa”, sintetizza Gunton.
   
Gli unici strumenti per costruire il racconto sono stati il
montaggio e la musica. Riflette Favreau: “Alla fine della
lavorazione, avevamo circa mille ore di girato e dovevamo
ricavarne due. Ogni scelta su cosa includere e cosa lasciare
fuori contribuisce a dare forma alla storia. Il montaggio è una
forma di scrittura. È una sceneggiatura stesa a posteriori. E
quando arriva la musica di Hans Zimmer (insieme a Niccolò
Pacella e George Hutson Warren), con il coro, i musicisti e
l’orchestra, si aggiunge un altro livello di creatività umana e
di emozione. L’editing e la musica sono stati le nostre chiavi
per uno storytelling coinvolgente, i nostri ferri del mestiere,
gli unici elementi con cui abbiamo giocato per guidare lo
spettatore”, argomenta il papà di Grogu, che è riuscito a
trasformare ‘Lion’ in qualcosa di più di un documentario
naturalistico.
   
‘Lion’ commuove e cattura perché ha un protagonista che si fa
amare dalla prima inquadratura, un underdog che saprà
riscattarsi con coraggio e imprudenza, una trama fatta di
rivalsa, conflitti, difficoltà e distensioni: un racconto di
formazione che la natura squaderna rispettando i canoni del
cinema più avvincente, eppure senza sceneggiatura e senza poter
decidere il finale. “La cosa più difficile per me è stata
rinunciare al controllo. Non sapere se il tuo personaggio
principale arriverà a domani mette ansia! – conclude Favreau –
Ma è stato anche incredibilmente poetico e gratificante vedere
una storia svilupparsi in un modo che non avremmo mai potuto
immaginare”.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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